Una certa idea di mondo #7

Democrazia: cosa può fare uno scrittore

di Antonio Pascale e Luca Rastello

(Comprato, nonostante il titolo, perché quei due mi avevano sorpreso già altre volte, con quel loro modo di pensare così poco servile)

Di Alessandro Baricco

Li avevano invitati, Pascale e Rastello, alla Biennale Democrazia di Torino, e loro ci sono andati. C’era evidentemente da parlare del ruolo degli intellettuali nella salvaguardia di una dignitosa convivenza civile, e loro, uno per volta, l’hanno fatto. Poi ne è uscito questo libretto, con il testo dei due interventi, e adesso vorrei riuscire a spiegare come a me sia parso una specie di sintetico e appassionato manifesto di un pensiero oggi minoritario, che mi sta a cuore e che mi sembra preziosissimo.

Dicono, i due, che non se ne può più, e in particolare non se ne può più del fatto che gli intellettuali si diano un gran da fare non a coniare princìpi o a decifrare fatti, ma a confezionare splendidamente princìpi e fatti già pronti. Prima cucinavano, magari combinando anche disastri, adesso servono in tavola, e i piatti sono quel che sono. Quando va bene, dicono Pascale e Rastello, i fatti e i princìpi su cui si lavora sono superati, quando va male sono semplicemente falsi: sono quelli che il pubblico ama sentirsi ripetere, quelli che creano un generico consenso democratico, quelli che fanno audience, quelli utili a ricompattare la pazza folla o a mantenere ordine nei segmenti di mercato. Li si assume come cure sanitarie su cui non è il caso di farsi troppe domande e poi si scatena lo splendore dell’intelligenza per ridisegnarli in format ogni volta più convincenti e sorprendenti. E quello sarebbe fare gli intellettuali. Ripetitori di genio. Si parte dall’ovvio e miscelando bene retorica, narrazione, e brillantezza intellettuale si ottiene un prodotto che sembra nuovo, ma non lo è. Successo assicurato.

Non lesinano gli esempi, i due autori, e dalle orazioni civili alle trasmissioni televisive buoniste, dall’inutilità dei festival culturali all’assurdità del mito del biologico, ce n’è per tutti (anche per me, ho pensato: bisogna sentire cosa dicono della mania per la narrazione). Tutto sommato l’esempio migliore lo fa Pascale, e trovo delizioso che sia un esempio autobiografico in cui lo scrittore-cameriere beccato in castagna è lui stesso. Dunque: lo mandano in una favela a Rio, Pascale, con il compito di descrivere quel che accade lì. Lui fa il suo dovere e a un certo punto incappa in una tipica magia da scrittore: rimane ipnotizzato da un frammento, da una piccola immagine in cui vede tutta la storia che vuol raccontare riassunta in un’icona. Il frammento è un filo della luce, singolo, che corre all’aperto da un palo all’altro, e, attaccate al filo, decine di altri fili abusivi che rubano energia e la portano nelle baracche lì intorno. È poco più di un frammento, ma se sei uno scrittore, è esattamente quel che stavi cercando. Rimane da raccontarlo. Detto fatto: e perfino il guardare in alto, al cielo, era sporcato da quella ragnatela abusiva, in cui finiva prigioniera qualsiasi speranza.

Tornato a casa, Pascale è poi andato in giro a presentare il suo reportage e non ci ha messo molto a capire che quell’immagine compostamente poetica piaceva molto al pubblico, rimaneva nella memoria, sembrava sintetizzare perfettamente quel che la gente si aspettava di pensare di una favela. Così gli sembrò naturale usarla spesso, e ogni volta non mancava di apprezzarne il successo e di godersi gli sguardi ammaliati degli spettatori. Fin qui tutto bene. Solo che poi, un giorno, Pascale va a sentire una conferenza di un antropologo americano sulle favelas (si era appassionato al tema, evidentemente). A un certo punto l’antropologo mostra una diapositiva e Pascale si ritrova davanti il suo palo della luce, e la ragnatela, e il cielo oscurato. Ma guarda, pensa. E mentre lo pensa, l’antropologo manda un’altra diapositiva e in quella diapositiva si vede quel che Pascale non si era mai chiesto, e cioè dove andavano a finire quei fili. Nella diapositiva c’era una bambina che, di notte, dopo una giornata di lavoro, studiava, e in quella luce rubata di lampadina abusiva stava cercando di estorcere un futuro al proprio destino. Che pirla, pensò Pascale. E non stava alludendo all’antropologo.

Morale: ci fermiamo all’immagine poetica che non disturba i nostri pregiudizi e non siamo capaci di risalire il filo e andare a vedere cosa realmente accade dall’altro capo. Vale più un’immagine bella che un’immagine vera. Trova più ascolto l’ovvia parola d’ordine meravigliosamente messa in scena che la pronuncia pura e semplice della realtà. L’esercizio dell’intelligenza e del gusto, prerogativa degli intellettuali, si dedica a rappresentare pensieri scontati, e sempre più raramente si sforza di risalire a pensieri scomodi.

E invece avremmo bisogno di gente che misura, dicono Pascale e Rastello. Avremmo bisogno di precisione. Avremmo bisogno di pensieri scabrosi, cioè ruvidi. Avremmo bisogno di vivisezionare, non di raccontare, di accertare invece di ripetere. Avremmo bisogno di sventrare feticci e smontare gli sguardi. Avremmo bisogno di gente che fissa nomi, misura quantità, mette in fila cause e effetti. Avremmo bisogno di gente lucida che lavora nell’ombra. Di eruditi che sconfessano i pregiudizi e di studiosi che ripristinano i fatti. Avremmo bisogno di intellettuali che scendono dal palco e si mettono a fare il loro lavoro. Così dicono, i due. Lo dicono anche bene, devo ammetterlo.

Poi un volta, magari in un posto nascosto in cui non ci prenda la fregola di strappare l’applauso, ci riuniamo e cerchiamo di capire se hanno anche ragione.

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